Pecchia: "Ci ho messo 10 anni ma sono diventato avvocato"

Riportiamo di seguito un¡intervista pubblica stamani su ‘Il Giornale¡ a Fabio Pecchia, che racconta il suo percorso culturale per arrivare ad acquisire la laurea in Giurisprudenza. Un connubio quello tra calcio e cultura che è sempre più raro. Non solo cultura generale, ma soprattuto cultura sportiva e cultura della civiltà. Parole inesistenti nel vocabolario di qualcuno che invece va allo stadio solo per sfogarsi.

Fabio Pecchia? Scusi, ci conferma la sua laurea?
“Si, in Giurisprudenza, all¡Università di Napoli”.

Ma allora cosa ci fa ancora a Foggia a 34 anni?
“Veramente spero di andare avanti a giocare per molto tempo, il calcio è la mia passione altrimenti non sarei qui. Intraprendere la carriere di allenatore mi entusiasma ma se dovesse andare male poi magari esercito”.

La classica porticina che si tiene aperta?
“Volevo vivere a 360 gradi, il calcio è un mondo straordinario ma ti preclude altre conoscenze, volevo aprire la mia mente, il Diritto poi è sempre stata una materia che mi appassionava fin dagli studi di ragioneria quando ero ad Avellino”.

Un secchione?
”Macchè, c¡ho messo dieci anni a laurearmi e devo anche ringraziare mia moglie. Noi ci siamo conosciuti all¡Università e mi interrogava prima di ogni esame, avvocato anche lei. Ci sono stati periodi durissimi, il calcio, la famiglia, poi sono arrivati i figli. Commerciale e Procedura Civile li ho dati mentre ero già padre”.

E il primo se lo ricorda?
“Storia del Diritto romano, un classico, non è un esame difficilissimo. Il difficile è riprendere gli studi se si lascia passare troppo tempo dopo le superiori. Sono sempre stato molto proiettato nella mia carriera calcistica ma non ho mai smesso di pensare a laurermi”.

Lei è sempre così determinato?
“I miei mi hanno insegnato a rispettare gli impegni presi. Tutto qui. Andavo da una squadra all¡altra e mi portavo dietro i miei libri, Avellino, Napoli, Juventus, Torino, Siena, Bologna, neanche me le ricordo più, meglio consultare l¡Almanacco. Tante volte ho dovuto rinunciare a qualche cena con i compagni, tutti con una grande pazienza perché io ripetevo le lezioni nello spogliatoio ad alta voce e molti erano anche interessati”.

E¡ riuscito a convincere qualcuno a riprendere gli studi?
“Partivo sempre con questa domanda: secondo voi sono uno scienziato?”.

E loro?
“Giù a ridere. Però era un peccato, molti hanno qualità ma si fanno vincere dalla pigrizia. E¡ una sfida anche questa, gli studi non precludono la carriera calcistica. Ma non credo sia facile per un ragazzo che si sacrifica con allenamenti lontano da casa e spostamenti quotidiani, mettersi sui libri alla sera”.

Lanci un appello.
“Non si studia per avere uno sbocco, i guadagni che offre il calcio valgono di più di un pezzo di carta. Si studia perché si apre la mente”.

Poi se uno fa il calciatore, un diciotto lo porta sempre a casa, o no?
“Battevo i denti, non dormivo la notte, la tensione prima di un esame non l¡ho mai provato in vent¡anni di calcio”.


Andrea Prudente