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martedì , 6 Ottobre 2026
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L’eredità di Foggia-Picerno: un’analisi senza sconti! 

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Una nuova rivoluzione. L’ennesima di una stagione quantomeno anomala. Si è chiuso un ulteriore “esercizio finanziario” senza dividendi. La madre di tutte le notizie (il passaggio di proprietà del club da Canonico al duo Casillo-De Vitto) è arrivata a ristorare un umore per altri versi decisamente cupo. L’assuefazione alla sconfitta è quasi più pericolosa della sconfitta stessa. E il Foggia si sta abituando a perdere!

Nessun catastrofismo, per carità, gli allarmismi non giovano. Un bagno di sano realismo, però, è assolutamente necessario. Il balsamo dell’addio del vecchio patron non può lenire in toto le ferite inferte a un popolo tornato a tifare ma incapace di ritrovare la sua squadra. Anche il Picerno ha dettato legge allo Zaccheria. Almeno concettualmente. Ha organizzato la partita sfruttando le deficienze dei satanelli. Che pure qualcosa hanno creato, solo nel primo tempo e in qualche spicciolo di assalto finale. Ma le occasioni sono giunte per situazioni vagamente casuali. E per un ottimo studio delle palle inattive: di questo va dato merito al nuovo staff che in poche ore ha provato alcune soluzioni per gli angoli davvero interessanti (in puro stile Arsenal).

La nostra onestà intellettuale – però – ci porta a non fare sconti a nessuno. Neppure a Vincenzo Cangelosi, head coach subentrante (a cui vanno peraltro date – per squisite motivazioni temporali – tutte le attenuanti del caso!). Perché se a Barilari avevamo imputato la cronica incapacità di “vedere” la partita e di rispondere con prontezza alle sollecitazioni che arrivavano dal campo (le scorribande di Achik a Salerno e il 1° tempo di Latina sono alcune delle più fragorose “omissioni d’intervento”), ci pare altrettanto doveroso sottolineare il ritardo con cui l’ex storico vice di Zeman ha reagito alla “luna storta” (vogliamo chiamarla così?) di una catena di destra ripetutamente “scherzata” dagli avanti (e non solo!) del Picerno. Sulla scelta iniziale di Dimarco terzino destro (già discutibile a nostro parere considerando che il suo piede naturale è il sinistro) non entriamo troppo nel merito: un mister ha il polso della situazione e si affida agli allenamenti, alla disponibilità mostrata e a diversi fattori per decidere lo schieramento. Ciò che ci ha lasciati perplessi è stata invece la lentezza di reazione. Si è dovuto attendere il 70’ per assistere a un cambio che sicuramente andava fatto già nella prima frazione di gioco, quando l’ex Pro Patria era stato più volte “messo in mezzo” dalle iniziative mancine di una squadra, quella di Bertotto, che in Capitanata è venuta con le idee chiarissime su cosa fare e su dove andare a colpire.

Nulla si può imputare a Cangelosi sul piano del rendimento globale: assenze e un modulo che forse comincia a non essere più il vestito adatto per chi deve lottare con la sciabola (e non con il fioretto) hanno sicuramente condizionato. Ma la realtà non ammette solidarietà emotiva: il Foggia ha urgente necessità di fare punti. L’evanescenza dei suoi attaccanti resta palese malgrado gli interventi sul mercato. Tommasini lotta ma non punge. Cangiano ha talento ma deve tirare fuori personalità e scaltrezza per diventare decisivo. Il più positivo è stato Nocerino, un giudizio comunque viziato dalla modalità “risparmio energetico” innestata dai lucani dal momento del suo ingresso.

Cangelosi interverrà e chissà se rispolvererà l’antico ma sempre redditizio 3-5-2, abiurato (legittimamente dal suo punto di vista!) da Barilari. Un modulo un po’ “sgraziato” per estetica e dominio del campo. Che – però – magari qualche «pareggino» (cit.) lo avrebbe potuto portare. Fermo restando che la “sveglia” non dipenderà dal sistema o dai principi di gioco. Dovrà essere fisica (dopo un ritorno esplosivo – ad esempio – abbiamo visto Petermann in fisiologico calo atletico) e soprattutto caratteriale. Garra, cazzimma, raça, determinazione… declinatela come volete: il Foggia ha bisogno assoluto di una scossa. Che il management pensava arrivasse con il cambio di guida tecnica. Ma che probabilmente può solo generarsi nell’animo di ogni singolo componente del gruppo. Senza aspettarsi miracoli da società (che il suo già lo ha fatto abbondantemente), tifosi e stadio. Perché lo Zaccheria, come direbbe l’indimenticato Mario Brega, “(…) po esse fero o po esse piuma”. E i fischi del post Picerno ne sono una plastica dimostrazione!

 

 

 

 

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