Curcio ospite da Marsico a Contropiede: i Play-off, il rinnovo e quell’esultanza “polemica”

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Curcio esulta dopo il gol del pareggio (Foto: Antonello Forcelli)

Ospite della trasmissione Contropiede, condotta dal nostro Massimo Marsico, il fantasista rossonero Alessio Curcio ha parlato senza peli sulla lingua del proprio passato, del proprio futuro, e di quello che attende il Foggia Calcio.

“Siamo molto soddisfatti per aver centrato il secondo obiettivo stagionale dopo quello della salvezza. Il mio ruolo ideale è il trequartista, ma in base alle esigenze tattiche posso adattarmi tranquillamente anche da seconda punta. In passato, addirittura, è capitato che venissi impiegato come centravanti di manovra”.

“Arrivati a questo punto della stagione e con la qualificazione ai Play-off in tasca, il mio obiettivo personale è quello di eguagliare, e magari migliorare, il record di marcature raggiunto quando vestivo la maglia dell’Arzachena. Come squadra, invece, vogliamo arrivare il più lontano possibile e toglierci qualche soddisfazione importante”.

“Se dovessi scegliere una squadra da evitare a tutti i costi direi l’Avellino. Le altre sono molto attrezzate, ma abbiamo dimostrato di potercela giocare con tutte. I campani, a mio avviso, sono i più temibili perché sono molto fisici, e potrebbero metterci in seria difficoltà. Anche la nostra è una squadra che fa dell’atleticità la propria caratteristica fondamentale, ma l’emergenza covid in questo senso ci ha tolto fiato e lucidità, lo abbiamo visto negli ultimi match”.

“E’ vero, il mio procuratore in questi giorni è a Foggia, ma per questioni personali che non riguardano il sottoscritto. Per quanto mi riguarda ho un contratto con il Foggia anche per il prossimo anno e ho intenzione di rispettarlo, poi vedremo cosa accadrà”

“L’esultanza dopo il gol al Monopoli non voleva affatto essere polemica. Era un modo per dire che ci siamo, che siamo vivi, e che non abbiamo nessuna intenzione di mollare. Era riferita al gruppo, e non a me personalmente”.

Ha parlato, poi, del suo passato e della sua formazione calcistica: “Il mio idolo è Totti, ma ho sempre tifato Milan. A tredici anni sono arrivato nel settore giovanile della Juventus, grazie a Luigi Di Giamo che è stato il primo uomo nell’ambito calcistico a credere in me, e ho avuto modo di affrontare un percorso molto formativo soprattutto dal punto di vista caratteriale prima ancora che tecnico. Il fatto di non essere poi riuscito a sfondare ai massimi livelli come il mio compagno di reparto di allora Ciro Immobile è una ferita tutt’ora aperta. Dopo la rottura del legamento crociato destro, ai tempi del Renate, ho addirittura pensato di smettere. Con la mia famiglia cominciammo a valutare delle ipotesi alternative al calcio, poi mio fratello si impose per farmi continuare. Nel 2007, per fortuna, arrivò mister Colella, che mi rimise in gruppo e mi diede fiducia e spazio. Devo a lui gran parte della mia carriera”.

E a proposito dei pochi gol dei suoi compagni di squadra ha dichiarato: “Quando si segna poco il problema è sempre collettivo e mai dei singoli attaccanti. Stessa cosa in fase difensiva, è inutile cercare a tutti i costi dei colpevoli. Tra D’Andrea e Dell’Agnello non saprei scegliere, hanno caratteristiche molto differenti. Con Simone, che è più statico, attacco maggiormente la profondità, con Filippo, che è più dinamico, tendo a muovermi più tra le linee. In ogni caso mi capita spesso di cercare la soluzione personale perché avverto la responsabilità di dover dare qualcosa in più alla squadra, ma se c’è da fare del lavoro sporco non mi tiro certo indietro”.