Il peccato e la vergogna

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Una prestazione incolore, qualche gol di troppo, e il ritorno a casa del più indesiderato degli ex. Tanto è bastato ad uno sparuto manipolo del peggior tifo foggiano per tirare fuori dal cilindro una delle più squallide scene che a memoria ci si ricordi su un rettangolo verde. E macchiare indelebilmente una stagione che, tutto sommato, filava anche piuttosto bene. La storia è nota, e rivangarla ancora non farebbe altro che accrescere il risentimento per quella che è stata molto più di una semplice serata storta.

Il peccato, presunto, di Pietro Iemmello, vittima dell’aggressione (l’ennesima, dopo il rogo appiccato alla sua auto nel marzo del 2019), sarebbe quello di aver contribuito ad una retrocessione, tempo addietro, scritta a caratteri cubitali nel destino di una società che, per ovvie ragioni, non aveva davanti a sé più di un paio di mesi di vita. La vergogna, invece, è quella di ogni tifoso foggiano che, a partire da oggi, verrà  inevitabilmente identificato con il fanatismo di chi nella vita è inciampato esattamente come nel maldestro tentativo di colpire il calciatore.

Seguiranno, ovviamente, squalifiche del campo e pesanti multe alla società. In quel farlocco sistema di giustizia che, anziché identificare e punire i responsabili del gesto, preferisce sgravarsi dell’incombenza e apporre pene ondivaghe ed aleatorie per conto terzi. E a nulla servirà, in tal senso, la netta presa di posizione del presidente Canonico, che si è detto profondamente indignato per quanto accaduto, e ha chiesto scusa a nome del Foggia rivolgendosi a tutto il popolo italiano (Sì, la partita è stata trasmessa in diretta nazionale).

Dei sermoni moraleggianti sul senso civico, del resto, la città di Foggia ne ha piene le tasche. E il confine tra il folklore legato all’evento sportivo e il reato penale è stato più volte varcato con la stessa facilità con cui, ieri sera, sono stati scavalcati i cancelli dello Zaccheria. L’appello, dunque, più che alle istituzioni, andrebbe rivolto a chi manifesta civilmente la propria fede calcistica in ogni stadio d’Italia, ed è costretto ad assistere inerme a situazioni di questo tipo. È da loro che dovrebbe partire una risposta unita e coesa a tanta indecenza. Per amor proprio, prima ancora che di squadra e città.