Mille volte Sdengo: sempre in direzione ostinata e contraria.

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Zeman riceve da Canonico una targa per festeggiare la sua panchina numero 1000 in Italia (Foto: Antonello Forcelli)

Domenica scorsa, nel match casalingo disputato e vinto dal suo Foggia contro la Paganese, Zdenek Zeman ha toccato quota mille panchine tra i professionisti. Traguardo celebrato dalla consegna di una targa speciale, offerta al mister dal presidente rossonero Nicola Canonico.

Questa mattina, poi, è comparsa sulla Gazzetta dello Sport un’intervista fatta dal collega Andrea Di Caro al tecnico boemo, che ne ha ripercorso con lucido trasporto le tappe più significative di una carriera a dir poco sui generis.

Quella di Sdengo, infatti, come soleva definirlo il compianto Casillo, è una vicenda umana e sportiva che travalica il recinto del semplice calcio giocato, e che merita di essere conservata e tramandata per il grande valore etico, oltre che estetico, che contiene.

Iniziata in un afoso pomeriggio di agosto del 1983, in un derby di coppa di Serie C tra il suo Licata e l’Agrigento, è proseguita in giro per l’Italia. Da Foggia, passando per Messina, Napoli, Roma, Salerno, Avellino, Lecce, Pescara e Cagliari, rimanendo sempre fedele al suo credo calcistico e morale.

“Ricordo bene il mio esordio da allenatore. Faceva molto caldo e la partita terminò 1-1, ma sbagliammo un sacco di occasioni – confessa un po’ nostalgico ai microfoni della Gazzetta – aver raggiunto questo traguardo mi fa capire che gli anni passano, ma che qualcosa di buono devo averlo fatto”.

Sappiamo tutti che Zeman qualcosa di buono lo ha fatto anche qui a Foggia, legando indissolubilmente il suo nome a quello della nostra città, tanto da meritarsi addirittura, nello scorso mese di aprile, l’investitura di cittadino onorario.

“Se dovessi scegliere la più bella partita disputata da una mia squadra direi un lontano Udinese-Foggia, in cui pareggiammo giocando in nove uomini, ma vi assicuro che sembravamo essere dodici. Il Licata è forse la squadra che ha interpretato al meglio le mie idee, ma se lo dico mi prendete per matto. Allora ammetto che il cosiddetto Foggia dei miracoli abbia rappresentato, quello sì, una rivoluzione”.

Quella di rivoluzionario è un’etichetta che Sdengo non ha mai gradito. Troppo eclatante per una personalità riservata come la sua: “Il mio calcio non è utopia. Ho sempre cercato anch’io il risultato, ma provando ad ottenerlo con lo spettacolo e la bellezza, nel rispetto delle regole” – e se non è rivoluzionario questo, nell’epoca in cui il risultatismo pare essere diventato una religione prim’ancora che un’ideologia, ditemi voi cosa lo è.

Il rispetto delle regole, poi. Un altro principio per cui il boemo si è battuto in solitudine e all’apice della sua carriera, rischiando seriamente di comprometterla. Per il suo carattere schivo ed introverso è sempre stato definito “Il muto”, sin dai tempi di Palermo, eppure le sue parole nel ’98 fecero piuttosto rumore, quando affermò che il calcio doveva uscire dalle farmacie e dagli uffici finanziari:

“Non mi sono mai pentito di quel che ho detto e sostenuto. Il tempo mi ha dato ragione e il riconoscimento della gente è per me motivo di grande orgoglio. Vincere barando, – continua pasolinianamente – o peggio ancora, mettendo a rischio la salute degli atleti, è una pratica criminale. Ho sempre cercato di salvaguardare i valori dello sport e lo rifarei ancora. Sono scoppiati scandali, ci sono stati processi sportivi e ordinari, condanne. E’ stato dimostrato che c’era tanto marcio. Non so quanto le mie parole siano servite a sollevare il coperchio sulla deriva che il calcio stava prendendo. Ma so che tanti all’interno del sistema sapevano e speculavano, costruendo vittorie e fortune, esaltando e affossando carriere. Io ho fatto ciò che ritenevo giusto. Mi addolora solo sapere che a pagare il prezzo delle mie denunce siano state anche delle mie vecchie squadre”.

Prima di chiudere, ovviamente, un pensiero è andato ai tanti calciatori fatti sbocciare e resi fuoriclasse assoluti: “Con Signori ammetto di aver fatto un buon lavoro. Quando arrivò a Foggia non aveva mai segnato e qui divenne un bomber implacabile. Verratti, Immobile e Insigne sono quelli diventati più famosi, ma la soddisfazione maggiore è stata vedere arrivare in Nazionale giocatori che non ci si erano mai avvicinati. Il più grande che abbia mai allenato è stato Totti, ma col suo talento non c’entro io”.

Quello che la carriera di Zeman ci insegna, in definitiva, è che al di là dei risultati raggiunti, nella storia dello sport e nel cuore di un popolo si può rimanere anche senza alzare coppe al cielo. Con la coerenza, sportiva e umana, di un uomo che ha anteposto al successo personale il proprio ideale di calcio e di vita. E se, trentotto anni e mille panchine dopo, siamo ancora qui a celebrarlo con targhe e riconoscimenti, qualcosa di buono deve averlo fatto davvero.