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martedì , 6 Ottobre 2026
FOGGIA CALCIO

Vorrei ma non posso fidarmi di te… il gingle perfetto per il Foggia calcio

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Una composizione lirica. Una musica dalla melodia armoniosa. “Vorrei ma non posso fidarmi di te…”, la voce di Samuele Bersani a solfeggiare accordi e note vocali. Il testo originale (“Potrei ma non voglio, fidarmi di te”) lo abbiamo adattato, perché l’obiettivo non è inscenare un revival musicale ma fare libere considerazioni sul Foggia calcio. Sulle sue buone prestazioni illusorie, seguite – quasi sempre – da performance impigrite e “stonate”. Bersani prosegue: “Io non ti conosco…”, ahimé noi – invece – le abitudini dei rossoneri cominciamo a intuirle.

La partita con il Latina era insidiosa. Anzi era una trappola. Lo avevamo subodorato ricordando il capolavoro mistico con il Giugliano. Le congiunture astrali che avevano governato una partita a sé stante. Differente. Troppo diversa dalle altre per essere omologata come attendibile. La nuova governance in tribuna, il vecchio tifo a ruggire sugli spalti. Una sorta di spinta «chetogenica» per asciugare la distanza tra l’“io” (della squadra) e il “noi” (del pubblico). Tutto irriproducibile. Compreso il finale cavallerescamente epico.

Il Francioni non è campo da far tremare i polsi. L’ambiente è tranquillo, appena ossigenato da pochissime migliaia (quando non centinaia) di persone che seguono la partita con vaga compostezza. Eppure il Foggia quel terreno di gioco non lo ha neppure calpestato. È rimasto negli spogliatoi. Mentalmente, atleticamente e caratterialmente! La partita ha ricalcato – in peggio – quella del Viviani di Potenza con il Sorrento, dove pure qualche spicciolo di resto “futbolistico” lo si era pure incassato… Al termine dell’incontro coach e capitano hanno chiesto scusa. Ci hanno messo la faccia e ciò rende merito alla loro onestà intellettuale.

Però la ripetitività di prestazioni esterne sincopate, generalmente successive a gagliarde interpretazioni casalinghe, inizia davvero a preoccupare. Anche perché – stavolta – il primo ad essere andato in confusione è stato – a nostro avviso – il tecnico Barilari. A lui va ascritto il merito di aver ridato leggerezza a un gruppo appesantito da circostanze “varie ed eventuali”. Al lui va però pure imputata – in questo caso – una scelta approssimativa su modulo e uomini. Game over di tante convinzioni cardine. Qualche certezza estorta a una squadra che già di suo non è gladiatoria nelle sicurezze. L’arrivo di Cangiano ha creato un pericoloso corto circuito. Trattasi del terzo esterno d’attacco di sinistra, dopo l’indiscusso titolare D’Amico e il naturale sostituto Nocerino. Un’abbondanza che rischia di generare dualismi inutili. In particolare se l’allenatore scenderà a compromessi con la chiarezza della sua proposta di gioco e s’impantanerà in esperimenti poco produttivi.

A Latina si è sbagliato tantissimo tecnicamente, la lettura delle traiettorie di passaggio dei pontini sono state per lo più errate e il centrocampo (senza Castorri, unica attenuante di rilievo) è andato subito in affanno con l’idea di D’Amico mezzala (o trequartista nel 4-2-3-1) proponibile solo a determinate condizioni. Che a Latina non c’erano! Per questo, Petermann si è trovato a dover coprire da solo porzioni di campo enormi. Difficili da gestire in condizioni fisiche normali, figuriamoci con uno stato di forma per lui ancora imperfetto. Inoltre, la nostra impressione è che Barilari abbia tempi di reazione non immediati alle sollecitazioni che provengono dal campo. A Salerno attese un tempo (e due gol subiti!) per tamponare sull’out dove Achik stava facendo sfracelli; a Latina avrebbe dovuto intervenire ai primi campanelli d’allarme (e ce n’erano stati nella prima mezzora!) e resettare un team chiaramente disorientato.

Attenzione però: il focus sul tecnico non attenua (per nulla!) le colpe dei giocatori. Molli, incapaci di reagire, “sciatti” nelle geometrie e volubili nell’approccio agonistico. La rosa ha limiti evidenti ereditati dal disastroso mercato estivo. Questo lo sappiamo (e lo sa anche la società), ma non deve diventare un alibi: in terra laziale era obbligatorio fare di più. E si doveva portare a casa quel “pareggino” (termine usato – secondo noi impropriamente – dal mister nel post gara) che magari a Barilari non piacerà tanto ma che – classifica alla mano – avrebbe fatto davvero comodo! 

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