Calcio e dintorni: Analizzando il tifoso foggiano…

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Nel lungo viaggio del Foggia si sono incrociati destini, emozioni, paure, gioie e sentimenti di un’intera città e di un’intera provincia. Ciò è accaduto, accade tutt’oggi e accadrà sempre. Questo fenomeno di coinvolgimento reciproco che accompagna la città e la propria squadra di calcio nel corso della storia esiste dal 1920, anno di fondazione della prima società calcistica dauna e con il corso degli anni si è evoluto sempre più sino a diventare una vera patologia per il tifoso foggiano.
Affetto da “pallonite”, il Foggiano, nei casi più gravi, tende a ritirasi in uno stretto gruppo di persone malate come lui e ad estraniarsi dal resto del mondo, trascurando moglie, figli e parenti.
Il tifoso quando è allo stadio, sede centrale di tutti i suoi affari, assume talvolta sembianze mostruose, si accartoccia su se stesso, effettua danze tribali e riti propiziatori, parla da solo, urla a più non posso ed effettua con la sua voce foggiana inconfondibile alcuni richiami verso gli altri suoi simili annidiati di solito in uno spicchio di stadio chiamato Curva Sud, luogo considerato come il “tempio del tifo” e osannato ogni domenica dai tifosi che preferiscono rinsaldare la loro fede sportiva piuttosto che la loro fede e la loro devozione per chi li ha creati. Ma il tifoso foggiano (che, malgrado possa somigliare apparentemente ad un essere umano come tutti gli altri, con i suoi occhi vede il mondo con soli due colori: il rosso e il nero), incurante di tutto quello che gli accade intorno si reca al tempio, difende, incoraggia ed elogia i Satanelli (rigorosamente rossoneri quando si è in casa e bianchi con richiami rossoneri, quasi come se fosse il vestito della festa, quando si è ospiti in casa altrui) impegnati sul prato verde e prega la musa Eupalla affinché essa dia l’ispirazione necessaria ai propri idoli del campo.
Le reazioni post-partita sono varie a seconda dell’esito della stessa: in caso di vittoria, il Foggiano entra in trance per una settimana dando vita a caroselli, trenini, feste e festini nelle case, nelle strade e nelle automobili, con flashback che si imprimono nella mente sino alla partita successiva, costringendo il tifoso ad uno stato di estasi che, se susseguito ad una vittoria strabiliante, può causare “overdose” immediata; in caso di pareggio l’umore del Foggiano si basa sulla posizione in classifica della propria squadra, ma di solito è solo il preludio di una settimana di rimpianti, malinconia e… speranza. E se pensate che gli squilibri mentali e i cambi repentini di umore siano il massimo dell’esasperazione calcistica vi sbagliate di grosso, perché in caso di sconfitta il foggiano si trasforma: non esce di casa, entra in uno stato depressivo molto profondo e, nei casi più disperati cade in un vortice nero di tristezza e solitudine che lo porta ad uno stato comatoso dal quale è possibile riprendersi soltanto dopo una vittoria (che non sia per forza roboante).
Ciò che più sorprende è la reazione che il “foggiano medio” ha in alcuni casi che ormai sono frutto degli studi di numerosi scienziati di tutto il mondo: egli, infatti, non riesce a farsi una ragione di tutto ciò che gli accade attorno e preferisce affrontare delle “corazzate” (come ad esempio il Napoli) anziché squadre di potenziale medio-basso; ciò accade soprattutto perché prova un gusto particolare nel voler competere con avversari che, sulla carta, sono pronti a stracciare tutto e tutti.
Questa forma masochistica di vedere il calcio porta il tifoso ad un rifiuto psico-fisico di ciò che accadrà domenica e che diverrà oggetto di osservazione da parte dei più dotti non appartenenti a questa speciale razza: il “derby della Daunia” con il Manfredonia (che la mente malata e contorta dell’ultras rossonero non può concepire), infatti, ha sconvolto il foggiano che è ormai arrivato al punto di voler vincere questa gara a tutti i costi; analizzando i vari comportamenti del “malato terminale” in questione si può facilmente ipotizzare che, in caso di sconfitta, il suo stato di “maniaco depressivo” potrebbe farlo sfociare in gravi forme di autolesionismo; se sarà vittoria, invece, si prevede un aumento incrediblile di autostima nell’individuo, impegnato per almeno tre mesi (sino alla gara di ritorno nei casi più gravi) nella classica “danza di ringraziamento” agli dei e al suo santo protettore, san David Mounard da Grenoble.