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venerdì , 30 Ottobre 2026
FOGGIA CALCIO

Foggia calcio, quando la qualità torna sovrana… 

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La ruleta di Jude. La magia di Hamza. La danza che avvicina galassie lontane anni luce. Il Clásico di Spagna deciso da una scintilla di pura genialità. Lo Zaccheria risvegliato da una giocata che il buon Trevisani definirebbe… fotonica! Nella notte di Barça-Real, ecco l’idea che sconvolge, palla c’è… palla non c’è, con Bellingham che dipinge la tela più pregiata. Il guizzo di Camavinga, l’arroganza realizzativa di Mbappé. Classe allo stato brado.

Ci stanno raccontando il calcio sempre più come un compendio di statuario atletismo e ruvida capacità polmonare. Soprattutto nell’austero mondo della Lega Pro. Anche Tanino Auteri, alla vigilia del match con la Cavese, aveva parlato di “quantità”. Ironia della sorte (ma non troppo!), però, il confronto è stato deciso dalla qualità. Quella di Haoudi, espressione incostante di una raffinatezza stilistica d’altri tempi. Quando il rapporto con la palla era intimo e la grammatica del movimento era rispettata solo se si trattava con deferenza l’attrezzo e le sue stranezze.

Oggi c’è l’esaltazione del vigore fisico. Lo studio metodico della pressione. Il fiato elevato a mantra. Il talento confinato ad animale da circo. Chiuso in gabbia e liberato solo all’occorrenza, quando l’annoiato pubblico pagante reclama un pizzico di emozione ludica. Il futebol arte è limitato a pochi virtuosi esempi planetari. Per il resto si reclama forza, peso e cifra motoria. Si esaltano le turpi corse acefale di laterali che solcano le linee esterne del campo come aratri impazziti. E che poi, nel momento di rifinire, spediscono la sfera a flirtare con gli spalti.

Per questo l’azione che ha regalato i tre punti al Foggia con la Cavese è stata come un’oasi nel deserto. Un numero d’alta scuola di Hamza. “Di categoria superiore”, lo ha definito Auteri. Vero. Il peccato originale sta proprio qui: oggi ci siamo ridotti a considerare la qualità quasi “clandestina” in Serie C, dove conta solo la brutalità ormonale del passo. Quando in realtà qualcuno con buona memoria ricorda il controllo di tacco a orientarsi verso la porta avversaria di Lorenzino Insigne a Viareggio nella stagione 2010/11, l’ultima di don Pasquale, con Zeman in panchina e Pavone dietro la scrivania. Il prodigio napoletano nascose il pallone all’altezza della metà campo e giustificò di per sé con quel gesto sublime il prezzo del biglietto.

Epoche lontane, certamente. Eppure, il Foggia che voleva aggrapparsi alla quantità per uscire dai “sotterranei” di Giugliano e dalle sabbie mobili di una contestazione latente (occhio al numero di spettatori già in calo con la Cavese!) ha fatto bottino pieno proprio grazie al talento di un singolo. A un’intuizione fiabesca, trasformata in tre punti dal duo Touré-Ravasio. Il resto del confronto con i blufoncé ha offerto pochino. C’è la sensazione che la squadra non abbia ancora preso una direzione definitiva. Che il suo percorso (e quello dell’allenatore in particolare) sia perennemente “ad ostacoli”. E che la società (nonostante il low profile predicato a più riprese) si aspetti un’impennata di risultati in linea con le ambizioni non dichiaratamente ostentate ma nemmeno troppo celate.

La via maestra per la risoluzione dei problemi sarà pure la corsa compulsiva (in ossequio ai dettami ideologici del momento) ma noi continuiamo a credere che una gara di atletica sia una cosa, una sfida di football sia un’altra. Serve personalità, strategia e – necessariamente! – superiore confidenza con la palla. Per cui, viva Jude e Hamza. E spazio ai sogni di chi non si rassegna a vedere in campo solo muscoli e chilometri macinati!

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